domenica 8 febbraio 2009

non capisco più

Passo una settimanaccia. Meglio dire: dieci giorni fastidiosi e amari.
Poi mi sveglio e tiro sù la testa dalle mie personali menate e vedo e leggo cose che mi fanno venire i brividi.

Leggo di medici che dovrebbero fare i poliziotti, con inevitabile conseguenze sulla salute di disgraziati.
Leggo che la nostra Costituzione è filo-sovietica e deve essere cambiata.
Leggo che una legge-lampo dovrebbe impedire ad una persona che soffre da diciassette anni di spegnersi.

Non capisco evidentemente più nulla, perché mi sembrano tutte cose assurde.

Ieri mangiavo con mia madre e mia sorella, ferventi cattoliche, a differenza della sottoscritta pecora nera. E allora ho chiesto loro cosa vorrebbero fare se finissero in uno stato vegetativo. Hanno dato la mia stessa risposta, ho chiesto loro di scriverlo per iscritto perché, nel dannatissimo caso, non voglio essere tacciata di non aver capito bene, non avere ben interpretato le parole, non avere alcuna prova riguardo la volontà dei miei congiunti. No.
Non voglio che accada.
Tuttavia, quando ho messo in tavola il tema della mia morte, di ciò che vorrei al mio funerale, le mie commensali hanno cambiato discorso, mancava solo si tappassero le orecchie e urlassero, come i bambini.
Se, come dice il Papa, "la malattia è parte della vita", non lo è a maggior ragione la morte? La morte, allo stato attuale, è certa, la malattia no.
Stasera ho sentito un'intervista dove un attempato poeta diceva che, quando lui era ragazzo, la morte era un fatto, accettabile ed accettato. Adesso non se ne può più parlare con tranquillità, sembra quasi sia un'apologia del suicidio.
No. 
La morte e la vita sono l'arrivo e la partenza. Ciò che non conosciamo sono le fermate intermedie.

Ho una stima incredibile per un uomo che, invece di seguire la via breve, prendere l'autostrada e andare in Svizzera con moglie e figlia, si è battuto, ha chiesto aiuto alle istituzioni, ha cercato una via legale in uno stato sempre meno laico dal punto di vista formale, ma sempre più laico dal punto di vista fattuale, perché non sa più cosa sia la pietà. Perché conosco, seppure per questioni infinitamente al cubo più irrilevanti, quanto sia difficile un contatto con le istituzioni, a qualsiasi livello: dall'impiegato comunale, a salire sempre più sù.
Eppure non si è scoraggiato, e questo mi sia di lezione.

Sento parlare di vita e di difesa della vita.
Ma cos'è la vita? Un cuore che batte? Un cervello che invia qualche tiepido segnale?
Per me la vita è inevitabimente associata alla dignità della persona. La dignità di un essere umano è un concetto soggettivo.
C'è chi ritiene che questa sia data dalla coscienza.
C'è chi crede sia data, oltre che dalla coscienza, dalla comunicazione, e dunque dall'interazione con altri esseri umani.
C'è chi pretende qualcosa in più, la possibilità di grattarsi la testa o mettersi le dita nel naso.

Io sono stata per tre volte in pericolo di vita, ed ero già adulta.
Ho avuto un arresto cardiaco e, a causa di due gravi insufficienze respiratorie, un fortissimo rischio di anossia, ovvero che l'ossigeno non arrivasse più ai tessuti del mio corpo. Anche se ero (abbastanza) sotto controllo, ho pensato, inesorabilmente, a ciò che avrei voluto fare in caso di coma o di stato vegetativo.
E' naturale che abbia allora riflettuto non sul valore della vita, ma su quando può dirsi che una vita, che la mia vita, abbia valore.
Da qui le mie riflessioni sulla dignità dell'essere umano.

D'istinto credo di avere più diritto di altri a esprimere un'opinione su questo tema, per l'esperienza che mi porto sulle spalle.
Poi però penso a quelle persone che accettano di vivere in condizioni, dal mio unico e soggettivo punto di vista, miserabili. E allora torna in gioco il termine soggettivo: deve essere il soggetto a decidere della propria vita, e se questi non ne ha più la possibilità, deve essere una persona che ama il soggetto come se stesso, se non di più.
Chi più di un padre o di una madre?

5 commenti:

steff ha detto...

non se ne esce da 'sto dilemma. ognuno deve poter decidere per sé, punto. e fanculo le religioni

( :-* )

Zino ha detto...

Un solo appunto,
a quanto pare viviamo in uno stato talmente ottuso che se "giustamente" si vuol seguire una sentenza di un tribunale sovrano, si è costretti a farlo utilizzando dei patetici sotterfugi lasciando morire una donna inerme da diciassette anni di fame e di sete... ma si, tortura più tortura meno, quella poverella si merita anche questo.
Proporrei colletta per mandarla in Olanda, sperando che ci perdoni.

steff ha detto...

se papà Englaro avesse voluto fare qualcosa di illegale, avrebbe potuto farle una iniezione 800 volte in questi anni.

ma si è sempre mosso nei crismi della legalità, anche quando è palesemente assurdo, come far morire di cachessia una persona invece che con 10cc di morfina.

Englaro si batte *anche* per una ragione più alta perfino della vita di sua figlia, si batte per il diritto di tutti a disporre della propria vita e del proprio dolore, a dispetto di quel che vorrebbero i fascioclericali

yashanti..il blog di una donna del sud ha detto...

il solito vecchio problema..siamo uno stato che si dichiara laico ma non lo è, ci dichiariamo uno stato all'avanguardia invece no.
Siamo fottutissimi cattolici conservatori!

Pappina ha detto...

@steff: sono d'accordo, tranne sul 'fanculo, rispetto per chi crede, a patto che non mi imponga il suo credo.

@zino: sta proprio qui l'insegnamento del padre. io credo che per la colletta ci ringrazierebbe, ma sono di parte.

@steff: come sopra.

@yashanti: (ciao) no, beh, dai, nessuno può avere il coraggio di dire che siamo uno stato all'avanguardia. non credo che sia un problema di cattolicesimo (se no la pietà non avrebbe il sopravvento?), credo che sia una questione vaticanense. d'altronde il vaticano, che guarda caso sta a roma, proprio nella città capitale d'Italia, che sfiga, ha rispettato in pieno i valori cristiano-cattolici in due modi:
1. non firmando la moratoria internazionale contro la pena di morte;
2. non firmando la convenzione onu sui diritti delle persone con disabilità.